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Penisolâti: Targa Tenco come miglior disco in “dialetto” del 2014

 

E’ Loris Vescovo il segreto meglio custodito della canzone d’autore italiana che sceglie anche l’uso del dialetto (in senso ovviamente rovesciato rispetto al becerismo leghista)? Probabilmente. Il friulano dottore in agronomia, con una voce che sembra il calco angelico di quelle di Nick Drake e Piers Faccini, scrive canzone diabolicamente belle e intense. Folk blues per menti prensili, Penisolâti (nel senso di “isolati nella Penisola” e’ il quarto lavoro (Nota Records), dieci storie struggenti, ironiche, perfette sul cattivo vivere che ci assedia (Guido Festinese)

Penisolâti. È un cd di Loris Vescovo, il quarto in quindici anni, ed è uscito da poco. Avevo segnalato il suo primo lavoro “Doi oms e une puarte” e il terzo “Borderline”  facendo una fatica bestia a trattenere i superlativi, così come faccio fatica a tenerli al guinzaglio anche adesso. Ed ecco che li sgancio subito: è un lavoro meraviglioso, magnetico, sorprendente. E infatti il primo ascolto mi ha proprio preso di sorpresa e mi ha disorientato, così quando è finita l’ultima canzone ho schiacciato ancora il tasto play e me lo sono riascoltato subito. Ma anche questo secondo ascolto e quelli dei giorni successivi mi hanno dato sempre un certo spaesamento. Chissà perché mi aspettavo da Loris roba differente, forse per via di una vecchia idea che mi ero fatto di lui e che mi era rimasta in testa, non saprei. Dagli altoparlanti escono invece nuvole contorte, più che canzoni sono congegni strani, sono trappole per le orecchie. Canzoni che sembrano una cosa, poi le vai a riascoltare e resti un po’ così perché sembra sia un altro disco, e invece no. Che strano. E questa sensazione si ripete all’interno dell’album come se le canzoni invece che restare ferme a farsi leggere dal laser si spostassero, cambiassero posizione, si muovessero irrequiete come scolari indisciplinati decisi a non farsi fermare con un sorriso ipocrita appeso in faccia nell’immobilità della foto di fine anno.
All’inizio, ma solo per tratti brevi, sembra quasi di essere finiti indietro nel tempo, al Loris Vescovo di una volta, a quel misto impalpabile vagamente Neil Young e vagamente Nick Drake che caratterizzava le sue prime cose. Ma dura poco, dicevo, molto presto la riconoscibilità folk svanisce e le vaghe somiglianze pure, e il panorama si fa complicato. L’ascolto si fa salita e diviene via d’alta quota. Contribuisce per certo a questo dislivello il gruppo di musicisti che gli si sono raccolti attorno: ritroviamo il Leo Virgili ed il Simone Serafini del passato recente, adesso anche Ivan Ciccarelli e Mark Harris a gettare diserbante raffinato contro il silenzio. Ma la voce è e resta quella, bruna e ruvida, sospesa in bilico fra terra ed acqua ed amante di entrambe, perennemente indecisa a prendere il volo, ispida come un gatto boscariolo che non si fa avvicinare.
La copertina ed il libretto offrono un’immagine insolita dell’Italia, e ben si relazionano con la visione del mondo offerta dall’autore: nodosa di dubbi come certi alberi vecchissimi, malinconica come certe strofe novembrine di Biagio Marin, agitata e sottosopra come uno sberleffo anarchico. Sono canzoni da sbucciare, ognuna ha un certo spessore da intaccare, bisogna scavare, fare fatica e sporcarsi le mani, talvolta bisogna usare il coltello. Difficile raccontare l’acido di certe strofe, paragonabile al brivido metallico che lascia sulla lingua la lama che ha appena tagliato uno dei limoni migliori (Marco Pandin)

Dice Beppe Severgnini (in veste di media guru) che i piu’ interessati alle cronache da Donetsk e dintorni sono quelli con la badante ucraina; e che i venti di Guerra che spirano di la’ destabilizzano molti ménage domestici di qua; e di come sarebbe questo il pezzo da scrivere. Be’, un pezzo esiste: una canzone dal nuovo album di questo cantautore da Trivignano Udinese:  Penisolâti. Che canta di noi in friulano stretto con traduzioni a fronte. Sforzi premiati da ballate borderline, canti da villaggi sperduti, un neofolk rarefatto con orecchie e occhi puntati verso est (Pier  Andrea Canei)

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